questo è lo sgabuzzino in cui si stipano le cose
questo invece è il mio blog
Come faccio, contemporaneamente, ad essere risorsa e umana? Singolare e uniforme? Intercambiabile e insostituibile? Come è possibile che da me si voglia autonomia, freschezza, creatività e al contempo mi si imponga di averne, attraverso orari, regole, coercizioni fisiche, manipolazioni psicologiche, truffe linguistiche? Ma questo è meno che umano, è il residuo dell’umano dentro un incubo ben congegnato tuttavia tremendo e illusorio!
JESUS: I’mma cure them leopards, guys. You guys! Let’s gooooo… let’s… go heal those jungle cats.
MARK: Lepers. You want to heal the lepers.
JUDAS: Jesus, you need to sit down. You’re drunk again.
MATTHEW: Your blood is literally wine.
JESUS: Man, I’m hungry… but lo, there’s only one raw fish pizza roll left. WAIT, I KNOW WHAT TO DO!
JUDAS: I know what you’re thinking, and please DO NOT do it. The toilet’s clogged and we cannot afford for you to have raw fish diarrhea again.
(Source: mcsweeneys.net)
MARK: Whoa! So you can turn water into wine?
JESUS: Yep.
MARK: And what amazing things have you done with this fantastical power?
JESUS: I dunno. I get fish drunk a lot. Oh! This one time Judas was washing his clothes in a river and I turned the river into wine and then all of his clothes got ruined. He had to spend 30 silver pieces to get a new wardrobe. It was hilarious.
MARK: I think you’re missing the point of your miraculous ability.
JESUS: I turned the Dead Sea into a 96 BC pinot noir. I bet you’ll change your tune after giving that a shot.
(Source: mcsweeneys.net)
«E insomma tu saresti quello che si è paragonato a mio figlio»
«Io? Eh? No, io…»
«Deve essere una fissazione di voi italiani. Prova a cercare “Io sono come Gesù” su Google in lingue diverse: escono fuori sempre nomi legati alla vostra storia: Lotito, Parolisi, Alì Agca… e poi certo, l’amico tuo»
ricordi che si sollevano come zombie e vengono a chiederti l’elemosina a tanto così dalla faccia: un piccolo esercito di stati d’animo che ti prendono per un parcheggio e se ne stanno lì in fila ad aspettare il loro turno
Ma noi africani siamo testardi. Tutte le mattine mi sveglio alle cinque e mezza, preparo la colazione per me e per mio figlio, ci vestiamo e poi lo porto all’asilo. E poi via, a scuola come una brava scolaretta di trent’anni. Alla sera sono distrutta dalla stanchezza, ma finisco i compiti di italiano. Ce la farò. Dovessi metterci tutto il tempo del mondo, ma ce la farò
(Source: pianob.altervista.org)
Mi chiamo Ndiémé, ho 42 anni e da 18 vivo in Italia. Ho una figlia di 13, che sta con me. Sono piccolina, con un bel paio di occhiali da vista che mi danno un’aria “intellettuale”, seria e posata. Mi esprimo in un italiano perfetto, ormai, e so usare il congiuntivo meglio di tanti italiani. Vivevo a Dakar e sono partita dal Senegal perché ero una ragazza indipendente, e curiosa del mondo.
(Source: pianob.altervista.org)
Ancora non ci credo.
Guardo la copertina, sillabo le parole, lenta, incerta, balbettante.
Eppure c’è proprio il mio nome, lì sopra. Sono io quella scritta bianca su fondo nero, e dietro la copertina ci sono parole pensate, buttate giù in fretta poi riprese, arrotondate, rielaborate da me.
Curate, cancellate e riscritte.
Odiate.
Amate.
Soprattutto vissute, una per una, dalla virgola alla metafora.